INTERVISTA IMMAGINARIA / 01
Paolo e i vent’anni
chiesti a Giorgia.
«La mia vita non aspettava che prendessi una decisione. La sua sì.»
Una moglie, due figlie e una promessa durata vent’anni. Il Narratore incontra un uomo che non voleva perdere nessuna delle sue vite.

Paolo, Anna e Giorgia sono personaggi immaginari. Le domande riguardano anche chi legge.
Paolo ha sessant’anni, due figlie e un matrimonio che si avvicina al trentacinquesimo anniversario. Di Anna, sua moglie, dice una cosa che considera sufficiente a spiegare perché non l’abbia lasciata. «È la mia famiglia.» Di Giorgia, la donna con cui ha avuto una relazione durata vent’anni, dice che lo amava. Usa il presente per la moglie e il passato per l’amante, benché sia soprattutto l’assenza della seconda a occupare questa conversazione.
Giorgia aveva ventun anni quando si sono incontrati. Lui era sposato da circa cinque, era già padre della prima figlia e ne aveva all’incirca trenta. La loro storia si è chiusa una decina d’anni fa. Non è una separazione recente, dunque, eppure Paolo ne parla con l’incredulità di chi ritiene che un sentimento così lungo debba concedergli ancora qualcosa.
Non gli chiederò se sia un uomo buono. La domanda permette risposte troppo facili, in entrambe le direzioni. Mi interessa sapere che cosa chiamasse amore, quali conseguenze fosse disposto ad accettare e perché la libertà di Giorgia gli sembrasse tanto meno necessaria della propria. Anna e Giorgia non sono qui. Terrò conto anche di questo.
Prima di Giorgia
Prima di Giorgia, lei aveva già tradito Anna. Durante il fidanzamento.
«Sì. Qualche volta in discoteca, con un’amica, un’ex, persone che conoscevo. Cose brevi. Tornavo da Anna e non mi sembrava che tra noi fosse cambiato niente. Volevo sposarla, avevo scelto lei. Nella mia testa le altre cose non mettevano in discussione quella scelta.»
Perché Anna non ne sapeva nulla?
«Perché non glielo dicevo. Avrebbe sofferto e forse mi avrebbe lasciato. Io invece davo a quegli episodi un’importanza diversa. Pensavo che raccontarli avrebbe distrutto qualcosa per fatti che, per me, erano già finiti.»
Anna avrebbe potuto attribuire loro un significato diverso dal suo.
«Certo. Era proprio quello che temevo. Non volevo perderla per una cosa che io non consideravo abbastanza importante da perderci lei. Lo so che detta così significa che decidevo anche per Anna. Allora non me la raccontavo in questo modo.»
Che cosa è cambiato con Giorgia?
«Che non mi passava. Non era più una serata da dimenticare. Aveva ventun anni, mi cercava, voleva sapere quello che pensavo. Io avevo già una moglie e una figlia, una vita che avevo desiderato e che non rimpiangevo. Ma con lei mi sentivo desiderato in un modo diverso. Potevamo parlare a lungo di cose che a casa non raccontavo più. A un certo punto volevo sentirla anche quando sapevo che non avremmo potuto vederci. Mi sono innamorato. Se diciamo che era soltanto vanità, non raccontiamo quello che è successo.»
Non ho bisogno di negare che fosse innamorato. Le chiedo che cosa intendesse farne.
«All’inizio non lo sapevo. Mi sembrava già enorme quello che provavo. Pensavo che il resto si sarebbe chiarito. Giorgia chiedeva quando avremmo potuto stare insieme senza nasconderci e io le dicevo che avevo bisogno di tempo. Avevo una bambina piccola. Non potevo comportarmi come un uomo libero.»
Le ha promesso che avrebbe lasciato Anna?
«Sì. Più di una volta. E alcune volte, mentre lo dicevo, ci credevo. Quando Giorgia era esasperata e parlava di chiudere, pensavo che avrei fatto qualsiasi cosa pur di non perderla. Poi tornavo a casa e ritrovavo Anna, mia figlia, la nostra vita. Non riuscivo più a immaginare quella stessa decisione. Dopo sono diventato padre per la seconda volta. C’era sempre qualcosa che rendeva il momento sbagliato.»
E nelle altre volte, quando prometteva senza crederci?
«Volevo che smettesse di soffrire. O almeno che quella discussione finisse. Non avevo una risposta che potesse darle pace. Sapevo che dirle “non lascerò mia moglie” poteva significare non vederla più, così le dicevo che l’avrei fatto più avanti. Lei si calmava, per un po’ tornavamo a stare bene. A me quel po’ bastava. A lei no, e ricominciavamo.»
Restare con Anna
Oggi dice di amare Anna perché è famiglia. Che cosa significa, fuori da questa formula?
«Che la mia vita con lei esiste anche nei giorni in cui non siamo felici. Siamo diventati adulti insieme. Abbiamo due figlie. Anna conosce una parte di me che precede Giorgia e che con Giorgia non avrei potuto ricreare. Mi importa di come sta, di quello che le succede. Non è soltanto abitudine. Non volevo pensare di non esserci più nella sua vita, né che lei considerasse un errore tutti gli anni passati con me.»
Lasciarla avrebbe significato smettere di essere padre?
«No. Ma avrebbe cambiato il modo di esserlo. Avrei dovuto spiegare alle mie figlie cose che non volevo spiegare. Accettare la loro rabbia, forse. Vedere Anna soffrire senza potermi più considerare quello che la proteggeva. Avevo paura anche del loro giudizio. Non solo del loro dolore.»
Quanto contava restare, ai suoi stessi occhi, un uomo che non abbandona la famiglia?
«Molto. Ho sempre pensato che esserci volesse dire tornare a casa. Anche quando uscivo quasi tutte le sere. Mi sembrava che finché tornavo, finché il matrimonio continuava, non stessi togliendo ad Anna tutto quello che avevamo costruito. Separarmi avrebbe dato un nome definitivo a qualcosa che, così, potevo ancora considerare complicato.»
Paolo usa la parola “complicato”. Non la respingo. Due affetti possono esserlo, e nessun interrogatorio rende semplice ciò che una persona prova. Gli chiedo però di distinguere la complessità dei sentimenti dalle informazioni che ciascuna donna aveva a disposizione. Paolo descrive un’incertezza durata anni; le rassicurazioni date a Giorgia, intanto, avevano conseguenze concrete.
Lei e Anna non avete rapporti sessuali da oltre dieci anni. Perché è importante che io lo sappia?
«Perché altrimenti sembra che io abbia sempre avuto tutto. Con Anna c’è un legame, ma quella parte del rapporto non c’è più. Non dico che sia colpa sua. È successo tra noi. Io continuavo a desiderare, continuavo ad averne bisogno.»
La relazione con Giorgia, però, era iniziata molto prima. L’assenza di sesso nel matrimonio non ne spiega l’origine.
«No. Quando è cominciata non potevo dire che a casa mancasse tutto. Giorgia non è arrivata a riempire un matrimonio vuoto. Mi sono innamorato di lei mentre avevo già una vita. Poi, negli anni, ho usato anche quello che non funzionava con Anna per spiegare perché avevo bisogno di Giorgia.»
Anna sapeva?
«Non lo so. Non davvero. Uscivo spesso, c’erano le mie assenze, il nostro rapporto era cambiato. A volte ho pensato che preferisse non chiedere. Altre volte mi sono detto che non avesse capito.»
Sono due ipotesi sue.
«Sì. Non abbiamo mai avuto la conversazione che avrebbe chiarito tutto. Anche a me andava bene che non ci fosse. Potevo credere di non farle male, finché lei non mi diceva che gliene stavo facendo.»
La libertà di Giorgia
Giorgia, invece, glielo diceva. Che cosa le chiedeva?
«Una vita insieme. E quando ha smesso di crederci, almeno la possibilità di costruirsi una vita sua. Diceva che non potevo tenerla per sempre in quella situazione. Io rispondevo che non la tenevo, che era libera. Ma appena quella libertà diventava concreta non la sopportavo più.»
Che cosa faceva?
«Mi arrabbiavo se usciva e non sapevo con chi. Se nominava un uomo, volevo capire che cosa ci fosse. Quando diceva che avrebbe potuto conoscere qualcuno, le chiedevo come potesse pensarlo, se mi amava. Le rinfacciavo di voler buttare via la nostra storia. Se la sentivo distante tornavo a parlare del nostro futuro. Avevo imparato quali parole riuscivano ancora a trattenerla.»
Lei considerava compatibile amare Giorgia e restare con Anna. Perché Giorgia non poteva amare lei e conoscere un altro uomo?
«Perché Anna c’era già. Mi sembrava diverso.»
Diverso per chi?
«Per me. La mia situazione era quella fin dall’inizio, Giorgia la conosceva. Pensavo che un altro uomo sarebbe stato una scelta contro di me. Non vedevo il matrimonio come qualcosa che continuavo a scegliere ogni giorno, ma come una condizione che lei doveva accettare. È vero, erano due misure diverse. Ma la gelosia non mi sembrava una pretesa. Mi sembrava la prova che tenevo a lei.»
E quando la sua gelosia la faceva stare male?
«Pensavo che ci facessimo male in due. Lei mi chiedeva una cosa che non riuscivo a fare, io le chiedevo di non andarsene. Per molto tempo ho considerato le due richieste equivalenti. Se piangeva, se era esasperata, dicevo che doveva cercare di capire. Pensavo che, se mi amava, avrebbe dovuto riuscirci. Anche quando era chiaro che non ce la faceva più.»
Il peso delle attenzioni
C’è anche il denaro. In vent’anni non l’ha mantenuta e le ha fatto, a suo dire, cinque o sei regali, nessuno sopra i centoquindici euro. Poteva permettersi di più. Perché dava così poco anche nei gesti materiali?
«Non l’ho mai considerata una donna da mantenere. Non volevo che il denaro entrasse nel nostro rapporto.»
Non le sto chiedendo perché non la pagasse. Un regalo, un’attenzione, una spesa condivisa non sono uno stipendio.
«No, ha ragione. Il fatto è che non mi veniva da pensare che avesse bisogno anche di quello. C’ero io, le parlavo, la cercavo. Mi sembrava che il sentimento dovesse contare più del resto. Se sentivo che mancava qualcosa, promettevo che un giorno avremmo avuto di più.»
Il denaro da spendere oggi, invece, richiede una decisione oggi.
«Sì. E io spendevo per la vita che avevo già. Per la famiglia una spesa mi sembrava giustificata, per Giorgia mi chiedevo se fosse necessaria. Potevo fare di più, non avrei messo in difficoltà nessuno. Non l’ho fatto. Forse temevo anche che un gesto più importante aprisse un discorso su quello che eravamo.»
Crede che avrebbe dovuto restare, se lei fosse stato più generoso?
«No. Non è questo. Non potevo comprarle vent’anni. Ma nemmeno continuare a ripeterle che non mi chiedeva mai niente, quando avevo fatto in modo che si sentisse in colpa anche a chiedere.»
In ciò che Paolo racconta conta la distribuzione dell’attenzione. Le necessità della famiglia entravano fra le cose da fare; quelle di Giorgia dovevano ogni volta dimostrare di essere legittime. Eppure la fedeltà che lui esigeva da lei non ammetteva riduzioni.

Dopo la fine
Lei riferisce che Giorgia considera perduti quei vent’anni. Che cosa le risponde?
«Che non sono stati soltanto brutti. Ci siamo amati. Ci sono state cose che non voglio cancellare.»
Può conservarne un ricordo felice senza chiedere a lei di dare agli stessi anni il medesimo significato?
«Faccio fatica. Quando dice che li ha persi, sento che considera un errore anche me. Ma capisco che io, nel frattempo, avevo un matrimonio, vedevo crescere le mie figlie. La mia vita non aspettava che prendessi una decisione. La sua sì, almeno per la parte che continuavo a prometterle. Mi difendo con i momenti belli perché è l’unica cosa che posso ancora dimostrare. Sul resto dovrei darle ragione.»
Quando ha chiuso, che cosa ha capito?
«All’inizio che questa volta dovevo trovare le parole giuste. Mi sembrava impossibile che non volesse più ascoltarle. Poi ho capito che le conosceva già. Non c’era una spiegazione nuova che potessi darle. Mi chiedeva da anni se l’avrei scelta, e io avevo risposto con quello che facevo. Soltanto che pretendevo continuasse a credere a quello che dicevo.»
Le manca Giorgia o le manca essere amato da lei?
«Mi manca Giorgia. Il suo modo di parlare, di contraddirmi, le cose che vedeva e che io non vedevo. Non era soltanto qualcuno che mi faceva stare bene. Però mi manca anche sapere che avrei potuto cercarla. Che da qualche parte ci fosse una persona per la quale ero ancora così importante. Non so separare le due cose con la precisione con cui me lo chiede.»
Non le chiedo una precisione che non ha. Le chiedo se oggi accetta che Giorgia abbia una vita dalla quale lei è escluso.
«So che ne ha diritto. Accettarlo mi riesce meno bene. Una parte di me continua a pensare che dopo vent’anni non si possa diventare estranei. Poi mi domando perché quei vent’anni dovrebbero obbligare ancora lei. Non mi hanno obbligato a lasciare Anna.»
Se potesse tornare al primo giorno, le direbbe che non avrebbe lasciato sua moglie?
Paolo impiega più tempo di prima a rispondere.
«Vorrei poterle dire di sì. Ma ho paura che Giorgia, sapendolo, non avrebbe cominciato.»
Non gli chiedo di correggere la risposta. È la più precisa che mi abbia dato.
Non so che cosa Anna chiamerebbe il proprio matrimonio, né quali parole Giorgia userebbe oggi per raccontare quegli anni. La voce di Paolo non può sostituire le loro. Posso ascoltare il suo amore per entrambe senza considerarlo una spiegazione sufficiente di tutto ciò che ha fatto.
Gli ho chiesto perché non abbia lasciato sua moglie. Mi ha parlato dell’affetto, delle figlie, della paura di perdere la propria vita. Quando gli ho chiesto perché abbia mentito a Giorgia, ha risposto che la verità avrebbe potuto farla andare via. È una possibilità che non aveva voluto concederle.
Il NarratoreINFEDELI — Parola ai traditori