GELOSIA, POSSESSO E LIBERTÀ
La gelosia è borghese
E ha pure il cattivo gusto di chiamarsi amore

E ha pure il cattivo gusto di chiamarsi amore
La gelosia ha una meravigliosa opinione di sé. Si considera profonda, passionale, perfino nobile. Si presenta a cena con la faccia tormentata e, prima ancora dell’antipasto, domanda con chi hai pranzato. Alla frutta vuole vedere il telefono. Al caffè ti ha già spiegato che lo fa perché ti ama.
Che fortuna. Poteva odiarti e concederti una serata tranquilla.
La gelosia possessiva è borghese nell’accezione più miserabile del termine. Ha il culto della proprietà, l’ansia dell’inventario, il terrore che qualcuno tocchi l’argenteria. Solo che l’argenteria sei tu. Hai gambe, desideri, una vita interiore e la deplorevole abitudine di esistere anche quando il proprietario è in riunione.
Il geloso non sopporta questo inconveniente. Ti ha scelto, dunque ti ha acquisito. Avete scambiato un bacio e lui ha sentito il notaio.
«Sei mia.»
Detta con la voce giusta può persino sembrare una frase erotica. Il problema comincia quando arriva la richiesta della visura catastale.
Borghese, qui, è una categoria dello spirito. Puoi praticarla in attico o in un monolocale con la muffa. Basta nutrire la convinzione che amare qualcuno dia diritto a sorvegliarlo. Il patrimonio può essere modesto. La pretesa di possesso, invece, deve essere sconfinata.
Il geloso pretende l’esclusiva sul tuo corpo, l’usufrutto sulla tua mente e un diritto di prelazione su qualsiasi pensiero possa venirti guardando una persona interessante. Vorrebbe essere desiderato, ma trova più rassicurante essere inevitabile. Essere scelti richiede il coraggio di lasciare aperta una porta. Lui preferisce cambiare la serratura.
Poi chiama tutto questo «costruire qualcosa insieme».
Anche le carceri, in effetti, richiedono un progetto.
Naturalmente conosciamo la difesa d’ufficio. «Un po’ di gelosia ci vuole.» La frase viene pronunciata con la medesima sicurezza con cui si raccomanda un pizzico di sale. Peccato che, in certe coppie, il pizzico comporti la rinuncia a tre amicizie, due vestiti e alla possibilità di rispondere a un messaggio dopo aver finito la doccia.
Una fitta di paura può capitare a chiunque. Ci si sente sostituibili, ci si scopre fragili, si teme di perdere una persona. Fin qui siamo umani. Il salto di qualità avviene quando qualcuno decide che la propria fragilità debba diventare il regolamento di vita dell’altro.
«Ho paura che tu mi lasci» può aprire una conversazione.
«Perciò non esci» apre una detenzione.
Ed ecco l’accattonaggio dei sentimenti, quello che non chiede affetto ma continue certificazioni. Dimostrami che mi ami. Ancora. Meglio. Adesso cancella quel contatto. Adesso rinuncia a quella cena. Adesso spiegami perché, mentre parlavi con lui, avevi una faccia che conosco benissimo.
Si può essere più volgari?
La volgarità sta proprio lì, nella richiesta di farti più piccolo perché qualcuno possa sentirsi più grande. Nella soddisfazione di vederti rinunciare. Nel sollievo che prova chi ti ama, a sentir lui, quando riesce a toglierti qualcosa.
Un’amicizia in meno, un sospetto in meno. Una serata annullata, una crisi evitata. Alla fine diventi impeccabile e non hai più nessuno con cui prendere un aperitivo.
Che splendida relazione. Somiglia molto a una sparizione.
Il capolavoro arriva quando il geloso si vanta della propria condotta. «Io certe cose non le permetto.» Lo dice gonfiando il petto, senza avvertire il ridicolo di quel verbo. Permettere. A un adulto. Che magari paga le bollette, dirige un ufficio, affronta un lutto, cresce dei figli, ma per bere un bicchiere di vino con un collega deve ottenere il nulla osta da un individuo che perde il controllo davanti a un’emoji.
Tutti Otello, finché non bisogna distinguere una tragedia da una notifica.
La gelosia possessiva è incivile perché esige obbedienza dove dovrebbe esserci un accordo. È contro l’umano perché considera un difetto tutto ciò che nell’altro rimane vivo, autonomo, imprevedibile. È contro l’umanità nella sua versione domestica, quella che comincia dal riconoscere che la persona seduta accanto a te possiede la stessa libertà che rivendichi per te stesso.
Una scoperta sconvolgente. Servirebbe quasi un convegno.
La fedeltà, quando viene scelta, ha una sua bellezza. Due persone decidono un patto e se ne assumono la responsabilità. Il geloso possessivo, però, non si accontenta della scelta. Vuole eliminare la possibilità di una scelta diversa. Desidera la devozione spontanea, purché sia obbligatoria.
Una contraddizione di tale eleganza meriterebbe una bomboniera.
E poi c’è il geloso che tradisce. Un virtuoso.
Contesta un «buongiorno» ricevuto alle nove e alle nove e sette scrive «mi manchi» a una persona che tu non dovresti nemmeno sapere che esiste. Ti spiega che l’amicizia tra uomini e donne è impossibile, forte dell’impegno con cui cerca di renderla impossibile nelle proprie frequentazioni. Non crede all’innocenza dei tuoi rapporti perché conosce il programma dei suoi.
Quando dice «so come ragionano gli altri», a volte sta soltanto evitando la prima persona.
Non occorre trasformare questa figura in una legge universale. È già abbastanza comica quando entra in scena da sola, con due telefoni e una morale sola, riservata al partner.
Per sé reclama sfumature. Per te ha preparato il codice penale.
Il suo messaggio era un gioco. Il tuo è una mancanza di rispetto. Il suo aperitivo non significava niente. Il tuo dimostra che qualcosa tra voi si è rotto. Lui attraversava un momento difficile. Tu hai messo una maglietta troppo scollata.
La doppia morale ha sempre un guardaroba molto fornito.
E allora sì, un geloso del genere merita di essere cornificato. Nella commedia che si è scritto da solo, sarebbe almeno un finale all’altezza della presunzione. Ti fa già scontare il tradimento prima che esista, ti interroga sul desiderio prima che nasca, ti condanna per una fantasia che ha avuto lui. Poi pretende anche la soddisfazione di definirsi vittima.
Il guaio è che riuscirebbe a usare persino le corna come attestato di buona condotta. «Avevo ragione.»
Certo. Avevi ragione anche quando hai reso impossibile vivere con te?
Nessuno è tenuto a tradire per impartire una lezione a un carceriere sentimentale. Si può anche andarsene, con una chiarezza che toglie al personaggio il piacere dell’indagine. Ma la battuta sulle corna resta irresistibile per una ragione precisa. Colpisce chi pretende di scongiurare un’umiliazione infliggendola ogni giorno alla persona che dice di amare.
A forza di temere un amante, finisce per diventare l’aguzzino.
E l’aspetto più grottesco è che tutto questo zelo non garantisce nulla. Puoi controllare gli orari, studiare gli accessi, riconoscere il rumore di ogni notifica. Non otterrai per decreto il desiderio di un altro essere umano. Puoi costringerlo a rimanere in casa. Non puoi obbligarlo a essere felice quando giri la chiave.
L’amore comporta questo affronto insopportabile alla mentalità proprietaria. L’altro rimane altro. Anche dopo vent’anni. Anche dopo un matrimonio, un mutuo, una cucina su misura e le fotografie delle vacanze in cui sembravate così affiatati.
Il corpo resta suo. La mente resta sua. La responsabilità delle sue scelte resta sua.
A te spetta decidere quali accordi vuoi, quali comportamenti accetti, quando una relazione non ti basta più. È già un potere enorme. Il geloso lo trova insufficiente perché riguarda la propria vita, mentre lui preferirebbe amministrare la tua.
Vuoi essere amato? Devi sopportare che qualcuno possa sceglierti senza essere obbligato.
Vuoi una proprietà? Comprati un garage.
Almeno, quando chiedi chi è entrato, la domanda ha un senso.
Il NarratoreINFEDELI — Parola ai traditori