MOANA, DESIDERIO E LIBERTÀ
Moana Pozzi
e la fedeltà senza padroni
Ode all’immensa Moana tra desiderio, tradimento e matrimonio.
Una donna, le sue parole e un pubblico convinto di sapere già tutto. I moralisti sono invitati a restare seduti.
Le parole di Moana incontrano la voce del Narratore. Le dichiarazioni e i riferimenti biografici rimandano alle fonti in fondo all’articolo.
Io, davanti a Moana Pozzi, avrei voluto mettere una sedia per ogni moralista e chiedere a tutti di restare fino alla fine. Senza alzarsi per lo scandalo, senza correre a casa a controllare dove avessero nascosto le sue videocassette. Perché il grande spettacolo, a guardarla bene, era quello dei giudici. Lei aveva il corpo esposto. Loro una reputazione da tenere vestita a ogni costo.
Questa è un’ode, lo dichiaro subito. A Moana, all’immensa Moana, e al fastidio magnifico che mi procura chi pretende di ridurre una donna al lavoro che fa. Nel suo caso, per giunta, dopo averne studiato con scrupolo il catalogo.
Sul tradimento, però, lasciamole la parola. In un’intervista del 1993 a Roberto D’Agostino dichiarava «Quando sto con una persona, sto solo con quella persona». Spiegava che la fedeltà nasceva, per lei, dall’appagamento del rapporto. Quando stava bene con un uomo, non sentiva il bisogno di cercarne un altro. Una fedeltà legata al desiderio, dunque, anziché a una decisione imposta a se stessa. [1]
A me questa idea piace moltissimo. Mette in difficoltà chi esige la fedeltà con la stessa disinvoltura con cui pretende il telecomando. Per essere scelti bisogna anche risultare desiderabili, presenti, capaci di dare qualcosa. Lo so, è una notizia sgradevole. Qualcuno aveva già comprato le pantofole e contava di non sostenere altri esami.
C’è una bellezza feroce nella possibilità di restare perché si vuole restare. Toglie al partner la consolazione di sentirsi garantito per anzianità di servizio. Io ci vedo una forma esigente di amore. Ti scelgo oggi, con gli occhi aperti. E quel presente merita più attenzione di tutte le promesse lasciate a prendere polvere sopra una credenza.
Nella stessa intervista Moana criticava il desiderio taciuto che diventa bugia e inganno. Difendeva la possibilità di vivere la propria sessualità secondo le proprie inclinazioni, anche le più riservate. Il bersaglio era la falsità. Leggere queste parole come un lasciapassare per qualsiasi tradimento significa farle dire più di quanto disse. [1]
E qui mi fermo volentieri a rovinare la festa ai furbi. Chiamare libertà la doppia vita organizzata sulla fiducia di un’altra persona è un espediente linguistico piuttosto misero. Il desiderio merita parole migliori. Anche chi viene ingannato. Il coraggio, quando c’è, si riconosce dal momento in cui si parla, soprattutto se parlare può costare qualcosa.
Quanto al matrimonio, la biografia ci consegna un fatto preciso. Il 31 ottobre 1991 Moana sposò a Las Vegas Antonio Di Ciesco. Le nozze rimasero segrete. Secondo il racconto di lui, i fan non avrebbero accettato di saperla sposata. La ricostruzione di Marco Giusti per Treccani ricorda anche interpretazioni diverse di quelle nozze, considerate da altri poco più di uno scherzo, e il successivo riconoscimento della loro validità nel 1995. [2]
Quel matrimonio documenta un episodio della sua vita. Per ricavarne una teoria universale sulle nozze servirebbero le sue parole. Io preferisco lasciarle anche questa libertà, quella di non diventare la portavoce perfetta di una tesi che ho deciso io. La venerazione, quando comincia a correggere la persona venerata, diventa una faccenda piuttosto sospetta.
Mi interessa, invece, ciò che rivela il racconto di Di Ciesco sui fan. Trovo irresistibile l’idea di un ammiratore disposto ad accettare il lavoro pornografico di una donna e sconvolto dalla possibilità che quella stessa donna abbia una vita coniugale. Nell’ipotetico tribunale del desiderio maschile, la sposa avrebbe commesso un abuso. Si sarebbe appropriata della propria esistenza senza consultare gli abbonati.
Ecco il punto in cui io applaudo. Con entusiasmo, anche. Una donna può suscitare fantasie e conservare una vita che a quelle fantasie non deve obbedire. Può voler bene a qualcuno senza presentare domanda al pubblico. L’acquisto di una videocassetta, temo, non comprendeva una quota della sua persona.
Da narratore innamorato della sua complessità, rivendico per Moana il diritto di desiderare anche cose che stonano nell’immaginazione altrui. Un legame, una sera tranquilla, l’esclusività, oppure un cambiamento. Le figure scandalose piacciono molto finché rispettano il copione dello scandalo. Appena fanno qualcosa di imprevisto, perfino i trasgressivi reclamano il regolamento.
Sul matrimonio io ho un sospetto meno poetico. A volte se ne difende la rispettabilità con più passione di quanta se ne dedichi alla persona sposata. Si cura il pranzo di anniversario, si trascura chi siede di fronte. Si conserva la fotografia, si smette di guardarsi. Poi arriva qualcuno a chiedere se il rapporto sia ancora vivo e viene accusato di rovinare l’atmosfera. Certo. Il problema era il rumore della domanda.
Moana, a D’Agostino, diceva anche «La vera perversione è la routine». E distingueva il proprio gusto per l’oscenità dalla noia che le procurava la volgarità. Sono parole sue. L’applicazione ai matrimoni rispettabilissimi e infelici che mi vengono in mente è tutta mia. [1]
Perché io trovo volgare l’arroganza di chi considera il consenso iniziale un’autorizzazione eterna. Trovo volgare umiliare qualcuno e poi pretendere che sorrida nella foto di famiglia. E mi riesce difficile scandalizzarmi per un corpo nudo quando incontro persone capaci di tanta meschinità con tutti i bottoni al loro posto.
L’ode che voglio dedicarle passa anche da qui. Dal diritto di avere un corpo senza dover giustificare ogni pensiero attraverso quel corpo. Dal diritto di pronunciare una frase sull’amore e pretendere che venga ascoltata fino all’ultima parola. Chi si ferma al mestiere dell’interlocutrice si risparmia la fatica di capire. Poi, con una certa audacia, chiama quel risparmio superiorità morale.
Io ti celebro così, Moana. Ti lascio il desiderio, il matrimonio che hai celebrato e le domande alle quali oggi nessuno può rispondere al posto tuo. Ti lascio perfino la possibilità di dispiacermi, perché una donna libera deve poter deludere anche chi la ammira. Altrimenti cambia soltanto il gusto di chi pretende di possederla.
Immensa Moana. In questa mia ode i moralisti resteranno seduti ancora un poco. Vorrei che provassero il disagio di ascoltare una donna dopo aver creduto di sapere già tutto di lei. Chissà che, per una volta, non imparino qualcosa prima di rivestire il giudizio.
PAROLE E BIOGRAFIA
Le fonti
- Roberto D’Agostino intervista Moana Pozzi nel 1993. Trascrizione ripubblicata su Dagospia il 13 agosto 2017. Leggi l’intervista ↗
- Marco Giusti voce Pozzi Moana. Dizionario Biografico degli Italiani volume 85 del 2016 Treccani. Leggi la voce biografica ↗
Il NarratoreINFEDELI — Parola ai traditori