STORIE DI TRADIMENTONESSUN NOME. MOLTE DOMANDE.LE STORIE DEL NARRATORE
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LE STORIE DEL NARRATORE

Diceva al marito di voler scrivere un libro. Erano lettere all’amante di vent’anni prima.

«Perfino mia figlia non è mia figlia». Una casa a Milano, un manoscritto e una domanda che arriva fino in tribunale.

Immaginate una casa a Milano, un matrimonio che dura da oltre vent’anni e una donna che, una sera, annuncia di voler scrivere un libro.

Il marito è contento. Le dice che dovrebbe provarci, che ha sempre avuto facilità con le parole, che forse questo è il momento giusto. Quando lei si chiude in camera con il computer, lui abbassa la televisione. Se arrivano amici, spiega che sua moglie sta lavorando a una cosa importante.

La sostiene, insomma. Con quella fiducia che, dopo tanti anni, permette di non chiedere ogni sera che cosa stia facendo la persona nell’altra stanza.

Lei scrive.

Scrive a un uomo che ha amato circa vent’anni prima, quando era già sposata. Gli racconta ciò che ricorda, quello che rimpiange, ciò che avrebbe voluto fare e non ha fatto. Alcune lettere sono già partite. Altre aspettano una risposta che lei controlla più spesso di quanto corregga le pagine.

Il libro, almeno nella sua intenzione, esiste. Vorrebbe ricavarlo da quella corrispondenza.

Il marito ignora soltanto di avere incoraggiato due progetti diversi.

Quando le chiede di leggere qualcosa, lei gli consegna alcune pagine. Dice di aver preso spunto da vecchi ricordi, di aver cambiato persone e circostanze. Lo avverte che un romanzo non va confuso con la vita di chi lo scrive.

Una precisazione corretta, in generale. Molto comoda, in quella casa.

Fra le pagine, però, lui riconosce un episodio.

Un fine settimana annullato, tanti anni prima. Sua moglie era rimasta a Milano perché non si sentiva bene; lui era partito da solo per raggiungere i genitori. Nel manoscritto ritrova la stessa telefonata, la stessa scusa, perfino il particolare di una medicina che aveva comprato prima di partire.

Solo che, in quelle righe, dopo la sua partenza arriva un altro uomo.

«È successo davvero?»

Lei risponde che sta leggendo un romanzo.

Lui ripete la domanda.

Il Narratore ha un certo rispetto per chi, davanti a una risposta costruita per cambiare argomento, riesce a ripetere la stessa domanda senza migliorarla.

Alla fine lei ammette la relazione. Breve, dice. Lontana. Chiusa da un tempo che dovrebbe renderla meno grave.

Poi ammette anche le lettere recenti.

«Avevo bisogno di capire che cosa fosse rimasto.»

Lui vorrebbe sapere perché, per capirlo, fosse necessario lasciare che il marito continuasse a credere di essere il primo lettore.

Fin qui ci sarebbero un tradimento passato, una corrispondenza presente e due persone che attribuiscono significati diversi alla parola «finito».

Poi arriva un’altra pagina.

«Quando sono rimasta incinta, non sapevo di chi fosse.»

La figlia ha vent’anni.

Il marito torna sulla frase, chiede quando sia stata scritta, a quale gravidanza si riferisca, se anche quella appartenga alle circostanze modificate per il romanzo.

La moglie smette di parlare di letteratura.

Il dubbio c’era stato. Lei lo aveva tenuto per sé. Aveva sperato che la bambina fosse del marito, poi aveva deciso di vivere senza cercare una conferma.

Per vent’anni, quella decisione aveva riguardato anche altre due persone, alle quali nessuno aveva chiesto un parere.

La figlia viene informata. È adulta, vuole sapere e sceglie di partecipare a un accertamento biologico. Il risultato esclude che l’uomo che l’ha cresciuta sia il suo padre biologico.

«Perfino mia figlia non è mia figlia.»

È la frase che lui pronuncia quando trova il fiato per parlare.

Il Narratore gliela lascia dire. Gli concede la rabbia, l’incredulità, perfino quelle parole ingiuste che a volte arrivano prima delle parole esatte.

Poi, però, gli chiede di fermarsi.

Quella ragazza non gli ha mentito. Non ha scelto le circostanze del proprio concepimento e non ha organizzato vent’anni di silenzio. Quando da bambina lo chiamava papà, diceva la verità che conosceva. Quando lo chiama adesso, sa qualcosa in più e continua a scegliere la stessa parola.

«Tu sei mio padre. Io non ho fatto niente.»

Lui lo sa.

Saperlo non gli impedisce di sentirsi escluso da una parte decisiva della propria vita. Gli impedisce, però, di attribuire alla figlia la responsabilità di ciò che ha scoperto.

Con la moglie le conversazioni si fanno più difficili.

Lei dice di aver taciuto per proteggere la famiglia. Dice che ormai erano felici, che lui amava la bambina, che una verità tanto vecchia avrebbe distrutto tutto senza cambiare il passato.

Il Narratore vorrebbe farle una domanda.

Quando diciamo di aver protetto qualcuno, siamo certi di aver protetto anche il suo diritto di scegliere?

Perché il marito avrebbe potuto restare. Avrebbe potuto voler crescere quella bambina, perdonare, discutere, separarsi, trovare una soluzione che oggi nessuno può più immaginare al posto suo.

La moglie ha scelto per tutti e ora gli chiede di riconoscere in quella scelta una forma di cura.

Lui non ci riesce.

I due si rivolgono agli avvocati e arrivano in tribunale per la separazione. A Milano, davanti al Palazzo di Giustizia, hanno documenti da consegnare e domande alle quali una sentenza non potrà rispondere.

Lui vorrebbe sapere quanti altri ricordi dovrebbe rileggere.

Lei continua a sostenere che il loro matrimonio abbia contenuto anche amore vero.

Su questo il Narratore non pretende di contraddirla. Si può amare qualcuno e sottrargli informazioni decisive. Il sentimento può esserci; ciò che manca è il rispetto per la libertà dell’altro.

Ammettere entrambe le cose richiede più onestà che scegliere quella che ci assolve.

Il marito non sa ancora quale rapporto riuscirà a conservare con la donna che aveva incoraggiato a scrivere. Con la figlia, invece, comincia da una frase.

«Ce l’ho con tua madre. Non con te.»

Non risolve tutto. Le evita almeno di dover dimostrare di meritare un padre.

Quanto al libro, nessuno in quella casa ha più chiesto quando sarà pronto.

Il Narratore, per una volta, suggerisce di lasciare in pace la pubblicazione e occuparsi delle persone.

La figlia, soprattutto, ha già dovuto leggere abbastanza.

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