STORIE DI TRADIMENTONESSUN NOME. MOLTE DOMANDE.RELAZIONI E RESPONSABILITÀ
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RELAZIONI E RESPONSABILITÀ

Non serve una diagnosi per comportarsi da stronzi

Tradimenti e cattiverie non bastano a diagnosticare un disturbo narcisistico di personalità

IL NARRATORE OSSERVA

Un articolo di opinione con riferimenti clinici e valutazioni storiche attribuite alle fonti.

Vorrei proporre una piccola restituzione linguistica. Restituiamo alla maleducazione i maleducati, alla disonestà i bugiardi e al tradimento chi tradisce. La psichiatria ha già un lavoro abbastanza impegnativo senza doversi occupare di ogni marito che cancella una chat e di ogni fidanzata che racconta di essere a cena con le amiche mentre ha prenotato per due.

Nel lessico sentimentale dei social, «narcisista» sembra diventato il termine capace di spiegare tutto. Non risponde? Narcisista. Risponde soltanto quando gli conviene? Narcisista. Ha una seconda relazione, pretende comprensione e si irrita per le domande? Il comportamento è già piuttosto chiaro, ma noi sentiamo il bisogno di aggiungere una diagnosi, magari imparata in un video fra una ricetta e una pubblicità di scarpe.

E invece si può essere persone egoiste, ineducate, crudeli o, concedetemi il termine, stronze, senza che questo dimostri una patologia. È una distinzione che non assolve nessuno. Anzi, ci permette di parlare di quello che una persona ha fatto senza dover inventare quello che avrebbe nella testa.

Un tradimento racconta un comportamento

Se il tuo compagno o la tua compagna viola un accordo di fedeltà, ti ha tradito. Puoi chiamare quel comportamento con il suo nome, valutare quanto ti abbia ferito e decidere che cosa sei disposto ad accettare. Per farlo non ti serve una certificazione clinica da esibire alle amiche, alla famiglia o alla parte di te che continua a cercare attenuanti.

Il disturbo narcisistico di personalità, però, esiste. Le descrizioni cliniche parlano di un quadro persistente e diffuso che riguarda, fra gli altri aspetti, grandiosità, bisogno di ammirazione e difficoltà nell’empatia. La diagnosi richiede una valutazione professionale della persona e del suo funzionamento nel tempo, in più contesti. Un episodio di egoismo o un tradimento non bastano a stabilirla. [1, 2]

Dire «mi ha tradito, dunque è un narcisista» è un salto che i fatti non consentono. Nemmeno il salto opposto funziona: un tradimento non permette di escludere un disturbo. Quello che sappiamo, senza improvvisarci clinici, è che è stato infranto un accordo. Spesso è già abbastanza per affrontare la questione che ci riguarda.

La responsabilità non ha bisogno di un referto

Mi interessa soprattutto ciò che rischiamo di perdere quando una parola prende il posto di tutte le altre. «Mi ha mentito per sei mesi» descrive qualcosa di concreto. «Quando chiedo spiegazioni mi umilia» permette di riconoscere un comportamento. «È un narcisista» può chiudere il discorso prima ancora che qualcuno abbia chiesto che cosa sia successo.

E può offrire una scappatoia anche a chi ha ferito. Se ogni gesto viene attribuito a un’etichetta, finiamo per discutere della sua presunta struttura di personalità mentre lui continua a non rispondere alla domanda più semplice: perché hai preso accordi che poi hai violato? La sua infanzia può meritare ascolto; le sue difficoltà possono meritare cura. Nessuna delle due cose obbliga il partner a tollerare le bugie.

Questo vale per uomini e donne, nelle coppie eterosessuali e nelle coppie omosessuali. La correttezza non dipende dal genere. E una diagnosi autentica non è un insulto più raffinato: riguarda una persona e una condizione clinica, non una categoria di esseri umani ai quali attribuire ogni cattiveria.

Pietro Maso ed Erika e Omar richiedono parole esatte

Se vogliamo citare i nomi della cronaca, dobbiamo accettare la precisione che chiediamo agli altri. I casi di Pietro Maso e di Erika De Nardo e Mauro «Omar» Favaro entrano qui per mostrare la distanza fra una valutazione specialistica e un’etichetta distribuita nei commenti. Non sono un paragone con un partner infedele né un ritratto delle persone che hanno un disturbo narcisistico.

Nel contributo del 2007 di Isabella Merzagora Betsos e Ilaria Tallarico, pubblicato sulla Rassegna Italiana di Criminologia, viene riportata per Pietro Maso la valutazione di Vittorino Andreoli, consulente del pubblico ministero: un disturbo narcisistico di personalità di grado lieve-medio. Lo studio descrive anche il distinto ragionamento della Corte d’assise d’appello di Venezia sulla riduzione dell’imputabilità, nel quale entrano le dinamiche del gruppo. Non equivale a una generica patente di «vero narcisista» rilasciata da un tribunale. [3, pp. 200–201]

Per il caso di Novi Ligure, lo stesso studio riprende passaggi della perizia di Adolfo Ceretti, Gustavo Pietropolli Charmet e Alessandra Simonetto. Il disturbo narcisistico di personalità è riferito a Erika; per Omar viene indicato un disturbo dipendente di personalità. Metterli insieme sotto la stessa diagnosi sarebbe già un errore. Si tratta di valutazioni dell’epoca riportate in una pubblicazione scientifica, non di diagnosi che possiamo aggiornare da qui. [3, pp. 189, 193, 195]

In una lezione del 1999, Andreoli ricordò che, per valutare la personalità dei tre ragazzi dei quali si occupava nel caso Maso, li incontrava almeno tre volte alla settimana. [4] Non è un calendario da trasformare in regola per ogni valutazione; è un esempio del lavoro concreto dietro quelle parole. Noi, a volte, pretendiamo di ottenere lo stesso risultato da tre messaggi e da un’amica molto convinta.

Soprattutto, quei delitti non autorizzano a identificare il disturbo narcisistico con la violenza omicida. Usare casi estremi per spiegare tutte le relazioni difficili sarebbe un’altra scorciatoia, e anche piuttosto ingiusta verso chi convive con una condizione psichica.

Le domande che servono nella propria relazione

Torniamo a casa nostra, dove la questione può essere dolorosa anche senza avere nulla a che fare con un’aula di tribunale. Questa persona rispetta gli accordi? Quando la metto davanti a una contraddizione, risponde oppure mi insulta? Riconosce quello che ha fatto? Il cambiamento promesso si vede nei comportamenti o esiste soltanto nella conversazione della domenica sera?

Sono domande meno spettacolari di «come smascherare un narcisista», ma riguardano la vita che stiamo facendo. Per riconoscere una bugia non occorre conoscere la diagnosi del bugiardo. Per prendere sul serio un’umiliazione non serve dimostrare che chi la infligge abbia un disturbo.

E attenzione a non usare la maleducazione per sminuire l’abuso. Minacciare, controllare o isolare una persona non è soltanto avere un carattere difficile: sono condotte che vanno prese sul serio, qualunque sia il quadro clinico di chi le compie. L’Organizzazione mondiale della sanità include l’abuso psicologico e i comportamenti di controllo nella violenza da partner. [5]

Il perdono appartiene a chi lo sceglie

Se, in una condizione di libertà, decidi di perdonare un tradimento, quella scelta è tua. Puoi desiderare di ricostruire, credere a un cambiamento, dare valore a una storia che contiene anche altro. Non devi chiedere il permesso a una platea che, finito di commentare, andrà a dormire a casa propria.

Ma scegliere il perdono non significa diventare responsabili del tradimento. L’atto resta di chi lo ha compiuto. E se quella persona tradisce ancora, la nuova violazione resta sua: non diventa una tua colpa perché avevi creduto a una promessa. Assumersi una decisione sulla propria vita non significa assumersi le azioni altrui.

Puoi perdonare e chiudere la relazione. Puoi tentare di ricostruirla e accorgerti, più avanti, che non funziona. Puoi cambiare idea. Il perdono non è un’autorizzazione permanente, né un contratto che ti obbliga a sopportare la replica.

Poi esistono situazioni in cui la libertà di scelta è limitata da minacce, controllo, isolamento o ostacoli economici. Dire a chi le vive «se resti è perché lo vuoi» cancella il contesto e aggiunge un’accusa. Qui ridare spazio alla scelta significa anche rendere possibili sostegno e sicurezza. [5] Il rispetto dell’autonomia comincia dal riconoscere quando qualcuno la sta comprimendo.

Chiamare i fatti con il loro nome

Ecco perché vorrei conservare le parole semplici. Tradimento, bugia, egoismo, mancanza di rispetto. Sono abbastanza precise da aprire conversazioni scomode e abbastanza comprensibili da non richiedere un corso online prima di dire «questo mi ha ferito».

Non occorre trasformare ogni ex in un caso clinico per riconoscere che una relazione ci ha fatto male. E non occorre trovare una patologia per giustificare la decisione di andarsene. Si può essere trattati male da una persona della quale non conosciamo la diagnosi, e avere comunque tutto il diritto di dire basta.

Se ti fa le corna, sai che ti ha tradito. Per sapere se ha un disturbo serve una valutazione. Per riconoscere quanto ti ha ferito e scegliere che cosa vuoi per te, non devi aspettare una diagnosi.

Il NarratoreINFEDELI — Parola ai traditori

PER APPROFONDIRE

Fonti e riferimenti

  1. American Psychiatric Association — What Are Personality Disorders ↗

    Quadro clinico e necessità di una valutazione professionale dei modelli di funzionamento nel tempo.

  2. Manuale MSD Professionisti — Disturbo narcisistico di personalità ↗

    Descrizione clinica e criteri diagnostici. Non è uno strumento per diagnosticare il partner.

  3. Isabella Merzagora Betsos e Ilaria Tallarico — Narcisi di provincia partner dipendenti e parenticidi di coppia ↗

    Rassegna Italiana di Criminologia, anno I, n. 2, 2007, pp. 185–206. Perizia Erika e Omar: pp. 189, 193, 195; caso Maso: pp. 200–201. Il contributo riporta e discute valutazioni peritali e passaggi giudiziari.

  4. Vittorino Andreoli — La perizia psichiatrica ↗

    Lezione del 7 maggio 1999 alla Scuola di specializzazione in Psichiatria forense dell’Università del Sacro Cuore di Roma, sezione Domande e risposte. Testimonianza diretta sul lavoro di valutazione nel caso Maso.

  5. Organizzazione mondiale della sanità — Violence against women ↗

    Definizione di violenza da partner, abuso psicologico e comportamenti di controllo.

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