TELEVISIONE E DESIDERIO
Temptation Island. Perché ci piace tanto guardare una coppia sul punto di lasciarsi?
Ci indigniamo, ridiamo, scegliamo chi dovrebbe fare la valigia. E intanto restiamo a guardare. Il successo narrativo del format comincia da una domanda che riguarda anche chi è sul divano.
Un’analisi del Narratore sul linguaggio del programma. Gli studi citati riguardano altri reality e altri pubblici: aiutano a formulare domande, non dimostrano perché ogni spettatore italiano guardi Temptation Island. Nessuna diagnosi sui partecipanti.
Diciamo che non ci riguarda. Poi vogliamo vedere il video.
Cominciamo dalla frase più comoda. «Io una cosa del genere non la farei mai». La diciamo quando qualcuno flirta, quando l’altro controlla, quando una persona perdona ciò che noi dichiariamo imperdonabile. In pochi minuti sappiamo chi deve lasciare chi, quale rapporto è finito e chi sta mentendo. Per decidere che cosa fare delle nostre relazioni, invece, possiamo impiegare anni.
È questa sproporzione a interessarmi. Temptation Island ci permette di prendere posizione senza dover affrontare le conseguenze della decisione. Possiamo chiedere una separazione e andare a dormire nel nostro letto. Possiamo pretendere un perdono che non dovremo concedere noi. Il piacere della visione, nella mia lettura, abita anche questa comodità.
Dire che siamo «tutti impazziti» è una provocazione, non una misura del pubblico. C’è chi segue ogni puntata, chi incontra soltanto una clip, chi cambia canale. La domanda utile è che cosa renda così facile, per chi si ferma, voler conoscere il seguito.
La tentazione interessa. La reazione interessa ancora di più.
La struttura ufficiale del programma separa fidanzati e fidanzate in due villaggi, dove incontrano persone single. Le immagini delle rispettive esperienze arrivano attraverso i video; al falò di confronto la coppia discute e decide se uscire insieme o separarsi. Filippo Bisciglia accompagna il racconto. Questa è la costruzione televisiva descritta da WittyTV, non una situazione quotidiana osservata senza intervenire sul contesto. [1]
Il meccanismo offre due momenti narrativi. Prima vediamo un comportamento; poi aspettiamo che lo veda la persona che ne subirà le conseguenze. Un gesto può durare pochi secondi, ma la domanda su come verrà interpretato sostiene un’attesa molto più lunga. La curiosità non riguarda soltanto ciò che accadrà fra due persone vicine. Riguarda ciò che succederà quando una terza lo saprà.
Non occorre neppure che ci sia un rapporto sessuale. Una confidenza, una frase sul partner, un entusiasmo mai mostrato a casa possono aprire una discussione su ciò che ciascuno chiama fedeltà. Ed ecco la domanda che passa dal televisore alla stanza. Per te, quello sarebbe già tradire?
«Noi almeno non siamo così»
Il confronto con chi appare sullo schermo è stato studiato. Nicky Lewis e Andrew J. Weaver hanno condotto un esperimento con 231 partecipanti, modificando il contesto del confronto e la condizione dell’immagine di sé prima della visione di una clip di un reality. Hanno osservato differenze nei confronti compiuti e nelle risposte emotive. Il lavoro, uscito in volume nel 2016, non riguardava Temptation Island e non confrontava quel materiale con una fiction. [2]
Lo studio offre una possibilità di lettura, non una spiegazione universale. Davanti a una discussione possiamo riconoscerci, sentirci diversi, provare sollievo o disagio. La stessa scena può sembrare ridicola a una persona e dolorosa a un’altra. Non abbiamo tutti la stessa storia, neppure quando occupiamo lo stesso divano.
C’è però un piccolo vantaggio nel scegliere sempre il partecipante peggiore come termine di paragone. Diventa facile considerarci partner meravigliosi. Basta qualcuno che dica una frase più crudele della nostra. La domanda meno piacevole sarebbe un’altra. Il fatto che un estraneo si comporti peggio rende davvero più rispettoso il modo in cui trattiamo chi vive con noi?
Non esiste un solo motivo per restare davanti allo schermo
Già nel 2004 Steven Reiss e James Wiltz avevano chiesto a 239 adulti di valutare motivazioni personali, visione e gradimento di vari reality. Nel loro modello emergeva, fra le associazioni, un maggiore desiderio di sentirsi importanti in chi apprezzava quei programmi. Era uno studio sulle differenze motivazionali, non la dimostrazione che guardare un reality renda vanitosi o poco intelligenti. E riguardava una televisione e un campione diversi da quelli italiani di oggi. [3]
Usare una ricerca per insultare il pubblico sarebbe piuttosto buffo. Ci sentiremmo superiori a chi accusiamo di guardare la televisione per sentirsi superiore. Preferisco lasciare aperta la possibilità che qualcuno cerchi divertimento, qualcun altro un argomento da condividere, qualcun altro ancora parole per una situazione che conosce.
Il commento fra amici può diventare parte dell’esperienza. Un accordo apparentemente ovvio viene discusso, una battuta rivela una divergenza, qualcuno difende il personaggio che tutti condannano. Qui vedo una delle possibilità del format. Parlare di sconosciuti può rendere pronunciabile una domanda personale, purché si abbia il coraggio di riconoscerla.
La puntata finisce. La relazione continua fuori dal nostro giudizio.
Il catalogo ufficiale di Mediaset comprende anche aggiornamenti sui protagonisti dopo la fine del percorso. La decisione presa davanti alle telecamere non esaurisce dunque il racconto televisivo della coppia. [4] E, a maggior ragione, nessuna puntata può esaurire la vita delle persone che mostra.
Questo non impedisce di criticare una frase o un comportamento. Impedisce di confondere la precisione del giudizio su una scena con la conoscenza completa di chi vi compare. Una clip può bastare per dire che un insulto è un insulto. Non basta per formulare una diagnosi, ricostruire anni di convivenza o attribuire intenzioni mai dichiarate.
Perché ci piace tanto, allora? La mia risposta è che il format rende accessibili questioni difficili e ci concede il piacere di avere un’opinione prima di averne una soluzione. Desiderio, esclusività, libertà, vergogna, paura di restare soli entrano in una conversazione che può cominciare con una risata.
Possiamo continuare a guardare, discutere e perfino indignarci. Chiediamoci soltanto se il rigore che pretendiamo dagli altri somigli a quello che riserviamo a noi. «Io non lo farei mai» è una frase molto convincente. Soprattutto quando la telecamera è rivolta altrove.
Il NarratoreINFEDELI — Parola ai traditori
PER LEGGERE, CONTROLLARE, APPROFONDIRE
Fonti e contesto
Un’analisi del Narratore sul linguaggio del programma. Gli studi citati riguardano altri reality e altri pubblici: aiutano a formulare domande, non dimostrano perché ogni spettatore italiano guardi Temptation Island. Nessuna diagnosi sui partecipanti. Fonti consultate il 20 ottobre 2026.
- WittyTV — presentazioni ufficiali e funzionamento di Temptation Island, archivio del programma ↗
- Lewis, N. e Weaver, A. J. (2016; online 2015) — Emotional Responses to Social Comparisons in Reality Television Programming. Journal of Media Psychology, 28(2), 65–77. DOI 10.1027/1864-1105/a000151; testo reso disponibile dall’autrice ↗
- Reiss, S. e Wiltz, J. (2004) — Why People Watch Reality TV. Media Psychology, 6(4), 363–378. DOI 10.1207/s1532785xmep0604_3; testo reso disponibile dall’autore ↗
- Mediaset Infinity — Temptation Island, catalogo ufficiale di puntate e aggiornamenti ↗